COME BATTERE I DAZI CON IL COMMERCIO
28 Aprile 2025
Una questione da 15 per cento. Solo! Se misuriamo tutto quello che l’Europa scambia col resto del mondo, si scopre che meno di un euro su cinque attraversa l’Oceano Atlantico per entrare nei porti e negli scali nordamericani. Il resto, la fetta significativamente più grande e succulenta dei nostri affari globali, viaggia da e verso altre destinazioni: Asia, Africa, Pacifico e America del Sud. Per questo, vista l’”operazione commerciale speciale” scatenata da Donald Trump a colpi di dazi incongruenti e umorali, oggetto tra l’altro di revisioni e ripensamenti continui, la Commissione Ue di Ursula von der Leyen insiste nel ripetere il mantra secondo cui “diversificare le relazioni significa aprire opportunità di business per le nostre imprese” (Intervista al Financial Times. 11 aprile 2025). Un sacco di opportunità nuove, bisogna sottolineare.
L’Europa ritiene che sia giusto trattare con Washington, per difendere l’interesse continentale e garantire un patto di amicizia che ha radici profonde e lontane. Mentre considera i controdazi convinto che davanti ai bulli non si debba abbassare la testa, l’esecutivo di Bruxelles insiste sulla strada del dialogo in nome dei legami antichi e dell’amicizia storica che lega l’Unione all’America: sul tavolo, anche l’offerta di azzerare tutte le barriere. Allo stesso tempo, le capitali sono però invitate a considerare nuovi mercati. Quel 15 per cento di traffici a stelle e strisce può tranquillamente ridursi e, comunque, essere bilanciato. E l’impatto sulla crescita delle guerre commerciali – al momento stimato in 0,2-0,3 punti di Pil a livello continentale – potrebbe essere limitato, almeno nel medio periodo. Mentre il commercio rilanciato potrebbe diventare un acceleratore di sviluppo.
I precedenti. “Zero tariffe” è una vecchia idea, visto che risale al 2013 il tentativo di definire il Ttip, ovvero il Transatlantic Trade and Investment Partnership. L’intenzione era quella di integrare i due mercati, riducendo i dazi doganali e rimuovendo in una vasta gamma di settori le barriere non tariffarie, ossia le differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di omologazione, standard applicati ai prodotti, regole sanitarie e fitosanitarie. Nel 2016 i negoziati sono collassati bruscamente con l’elezione di Donald Trump e il dossier è stato archiviato perché si ritenevano inaccettabili le richieste americane. Nell’aprile 2019, la Commissione lo ha riposto fra rammarichi europei e disinteresse Usa.
L’Europa che commercia. I Trattati affidano competenza esclusiva alla Commissione Ue nei negoziati commerciali, naturalmente d’intesa e nell’interesse degli stati membri. Attualmente l’Unione conta accordi di libero scambio con 74 paesi: il primo maggio compie un anno il patto con la Nuova Zelanda. Le possibilità alternative degli ex amici di Washington vanno perseguite, a partire dai canadesi, ovviamente. Nei giorni scorsi la presidente Ursula von der Leyen ha sentito il premier Mark Carney, quello che Trump chiama beffardamente il governatore dello “stato unito” canadese. Col Paese della foglia d’acero esiste un trattato commerciale (il Ceta) che ha portato a un aumento del 66 per cento degli scambi bilaterali dal 2017. Nei contatti con Wellington e Ottawa si è parlato di rafforzare la cooperazione tra l’Unione Europea e l’Accordo globale e progressivo per il partenariato transpacifico. Ovvero il Cptpp.
Impronunciabile, ma cruciale. Il Cptpp è uno dei più grandi accordi di libero scambio al mondo e include Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Regno Unito, Singapore e Vietnam. Con una popolazione che supera la soglia di 500 milioni rappresenta il 13% del Pil mondiale Si sarebbe dovuto evolvere nella Trans-Pacific Partnership (Tpp), un accordo commerciale promosso da Barack Obama, ma il progetto è fallito a causa del ritiro degli Stati Uniti deciso da Trump nel primo mandato. Dopo la Brexit il Regno Unito è stato il primo non fondatore del Cptpp ad aderire nel 2024. L’accordo transpacifico piace alla Cina. Pechino ha espresso ripetutamente l’interesse ad aderire e ha formalmente presentato domanda nel 2021. Anche altri paesi sono in coda: Costa Rica, Taiwan, Ecuador, Uruguay, Ucraina e Indonesia. L’Europa ha già negoziato accordi commerciali con quasi tutti i Paesi del Cptpp. Von der Leyen ha spesso sottolineato l’intenzione di concluderne altri, dato che – come si diceva – più dell’85 per cento del commercio mondiale non è con gli Stati Uniti. La Commissione vuole vedere che tipo di collaborazione si potrà concludere. I tempi si annunciano lunghi ma non lunghissimi. Al solito è questione di volontà.
La volpe del deserto. Ursula von der Leyen ha anche avviato i negoziati per un accordo di libero scambio con gli Emirati Arabi Uniti. La trattativa si concentrerà sulla liberalizzazione di beni, servizi e investimenti, approfondendo la cooperazione strategica in ambiti quali le energie rinnovabili, l’idrogeno verde e le materie prime essenziali. Il commissario al commercio, Maroš Šefčovič, è atteso negli Emirati per proseguire i colloqui. L’Unione Europea è attualmente il secondo partner commerciale degli Emirati Arabi Uniti, per i quali rappresenta l’8,3% del commercio estero totale non petrolifero, ha riferito l’agenzia saudita Wam. Nel 2024, il commercio bilaterale non petrolifero ha raggiunto i 67,6 miliardi di dollari, segnando un aumento del 3,6% su base annua.
Effetto Mercosur. Questa è il possibile jolly. Un accordo di cooperazione con il Mercosur è stato firmato in dicembre dall’Unione europea con Brasile, Paraguay, Argentina e Uruguay. Deve solo entrare in vigore, ma perché questo accada occorre superare le reticenze francesi (che risultano alleggerirsi in questi giorni) e italiane (ferme per questioni di principio e diktat di una parte delle organizzazioni agricole). «L’accordo con il Mercosur è di grande importanza, non tanto economica quanto geopolitica», afferma Bruxelles. E, in effetti, così appare: aprirebbe a mercati interessanti dove la domanda di mercanzie europee è in crescita. Un esempio? Un noto marchio di pasta e sughi dichiara di aver triplicato in pochi anni il fatturato brasiliano, piazza dove la domanda di “made in Italy” si gonfia di giorno in giorno. Basterebbe semplificare le procedure, “eliminare carta” per dirla con i diretti interessi, e il gioco sarebbe fatto.
Secondo le stime di Assolombarda, l’Italia può trarre benefici significativi dall’accordo, soprattutto nei settori meccanico, siderurgico e farmaceutico. Nel 2023, il nostro Paese ha importato dal Mercosur principalmente prodotti agricoli (48,9% del totale), mentre l’export italiano era trainato da macchinari (31,8%), mezzi di trasporto (11,7%), prodotti chimici (9,9%) e farmaceutici (8,9%). Con la progressiva riduzione delle barriere, le imprese italiane hanno possibilità di consolidare la loro presenza in America Latina, aumentando la competitività sui mercati locali. I rilievi critici nei confronti dei rischi alimentari, rilevano fonti di Bruxelles, non hanno ragione di essere: in Europa non può entrare alcun prodotto che non sia compatibile con le regole sanitarie comunitarie. “Se trovate una bistecca argentina con l’osso – assicura l’alto funzionario – non è argentina: quelle le importiamo senza l’osso per garantire i consumatori”. L’Europa è anche questo. Il resto sono chiacchiere da lobby in odore di obsolescenza.