I DAZI NON PAGANO. E L’ IA INVITA A NON STUDIARE LA MATEMATICA
8 Maggio 2025
Christopher Pissarides – l’economista che ha vinto il premio Nobel nel 2010 per il contributo dato alla comprensione del processo di relazione tra domanda e offerta nel mercato del lavoro – è convinto che “più l’economia è aperta e più la guerra commerciale può fare danni”.
Ora, mentre il presidente Donald Trump articola e disarticola la sua operazione mercantile speciale, il docente cipriota che insegna nel Regno Unito avverte (Intervista al quotidiano greco Kathimerini, 28 aprile 2025) che i dazi stanno scatenando due gravi effetti negativi per il sistema globale: il primo è quello di essere una sorta di tassa sulle merci che facilmente rallenterà la crescita planetaria: il secondo è che fomentano l’incertezza e finiscono per costituire un disincentivo ancora maggiore per gli investimenti. È un grido di allerta pesante, quello di Sir Christopher, anche se non è il primo e non sarà l’ultimo.
Docente di corte. Pissarides crede nel libero mercato, realtà che ha analizzato soprattutto dal punto di vista delle potenzialità occupazionali. Nato a Cipro nel 1948, ha studiato all’Università dell’Essex per poi conseguire un master in Economia alla Lse, la London School of Economics dove ha lungamente insegnato e ora è Regius Professor, carica che comporta il patrocinio diretto del re. È stato consulente sia del governo cipriota che di quello greco, ruoli che gli sono valsi l’etichetta di “euroscettico”, accusa smentita seccamente nelle interviste: “Non sono contro la moneta unica, ma contro le decisione politiche dall’Eurozona” in materia di finanza pubblica.
Tariffe europee. Confermano l’orientamento le parole con cui ha dimostrato di condividere la cautela con cui Bruxelles ha affrontato la tempesta americana, la disponibilità al negoziato bilanciata con la minaccia di controdazi. “L’Europa – ha spiegato – non può intraprendere una guerra commerciale con gli Stati Uniti, sarebbe insostenibile; inoltre, i dazi non sono molto alti, quindi è meglio che continui con questo approccio più moderato”.
L’Unione con le stellette. Allo stesso modo, Pissarides condivide l’orientamento di riorganizzare e rafforzare la difesa continentale. “Lo sforzo dell’Europa di creare un proprio braccio di difesa è un’ottima mossa – ha assicurato -. Eravamo in ritardo ad arrivarci, ma ora siamo arrivati. Detto questo, non è facile e ci vorrà del tempo. Non si può creare un’industria della difesa proprio così, principalmente perché anche se siamo tutti membri della Nato, abbiamo diverse industrie della difesa. Gli Stati Uniti hanno un tipo di carro armato; l’Europa ne ha 15-16. Sarà difficile combattere come un unico esercito, se si arriva a questo”.
Questione di manifattura. Pissarides è convinto che l’industria europea debba assolutamente essere rafforzata con le nuove tecnologie, missione che non ritiene impossibile. “Abbiamo già perso il primo round nell’intelligenza artificiale perché non abbiamo grandi aziende di tecnologia digitale – concede il cipriota – ed è troppo tardi per svilupparle ora. Apple, Alphabet e Μeta esistono da 20-30 anni e sono diventati così grandi, hanno accumulato così tanta esperienza e, soprattutto, hanno così tanti big data, che è quasi impossibile per l’Europa sviluppare un’azienda in grado di competere”. Quello che possiamo fare – sottolinea – “è sfruttare la tecnologia digitale; possiamo svilupparla e utilizzarla in un modo che soddisfi le esigenze e l’economia dell’Europa. Ritengo inoltre che sia essenziale che l’Europa sviluppi una propria industria automobilistica elettrica”.
Il mondo quando c’è l’IA. Ha fatto discutere la provocazione (provocazione?) con il cui il Nobel cipriota ha invitato i giovani a non concentrarsi solo sulle materie Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e, piuttosto, a lavorare sulle competenze “più morbide” per diventare concorrenziale nei confronti dell’Intelligenza artificiale che potrebbe occupare le piazze tecnologiche. Il consiglio è di focalizzarsi anche su settori come l’ospitalità e l’assistenza sanitaria, incentrati su qualità di comunicazione ed empatia che potrebbero resistere all’automatizzazione, offrendo un futuro sicuro per i professionisti dotati di queste doti. A suo avviso, è necessario sfatare il mito negativo che tende ad avvolgere le attività nel settore ospedaliero, sanitario, sociale, alberghiero e così via, cioè tutti quei lavori in cui si ha a che fare con altre persone. Col tempo, assicura, i salari si apprezzeranno anche in questi domini trainati dalla crescente domanda (e dall’invecchiamento della popolazione).
Le ragioni del Nobel. Pissarides lo ha ottenuto insieme con altri due scienziati di calibro, lo statunitense Peter Diamond e il danese Dale Mortensen. Il loro lavoro rispondeva a questioni aperte da tempo. Per anni gli economisti si erano chiesti come mai ci siano posti vacanti anche quando ci sono molti disoccupati che potrebbero soddisfare la domanda di lavoro delle imprese, e perché ci siano tanti disoccupati anche quando c’è una forte domanda di lavoro (è un fenomeno che gli economisti esprimono con la curva di Beveridge). Prima dei tre Nobel si riteneva che vi fosse un problema di differenze strutturali tra il tipo di lavoratori richiesti dalle imprese e le qualifiche disponibili fra chi offre il proprio lavoro; oppure fra la localizzazione geografica delle imprese con posti vacanti e quella dei disoccupati.
Come hanno spiegato Tito Boeri e Pietro Garibaldi (lavoce.info), la teoria di Diamond, Mortensen e Pissarides spiega la curva di Beveridge come un fenomeno di equilibrio. “Anche in condizioni normali sia i lavoratori che le imprese si mettono in cerca gli uni delle altre – hanno notato i due economisti italiani -. Le imprese spendono risorse nel pubblicizzare posti vacanti, valutare chi fa domanda e, poi, formare i candidati; I lavoratori affrontano anche loro una ricerca costosa in termini di tempo, raccolta di informazioni oltre che psicologicamente dispendiosa. Questi costi e i ritardi con cui avviene l’incontro fra imprese e lavoratori generano una curva di Beveridge”.Per questo, si argomenta, “non solo in equilibrio avremo sia posti vacanti che disoccupati, ma ci sarà una relazione inversa fra queste due variabili esattamente come quella mostrata qui sopra, dove ci sono anni, come il 2007, in cui ci sono meno disoccupati e più posti vacanti o anni, come il 2009, in cui avviene l’opposto”. Gli spostamenti, spiegano Boeri e Garibaldi, riflettono sia fattori ciclici sia cambiamenti istituzionali. Questi ultimi possono anche indurre spostamenti verso l’interno o verso l’esterno della curva di Beveridge. Un esempio? Le cosiddette politiche attive del lavoro, volte a facilitare la circolazione di informazioni, possono riuscire a spostare la curva verso il punto di origine riducendo il numero sia di posti vacanti che di disoccupati presenti in equilibrio.