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PIÙ RESILIENZA CHE RIPRESA, LE OMBRE DEL PNRR

10 Aprile 2025

PIÙ RESILIENZA CHE RIPRESA, LE OMBRE DEL PNRR

10 Aprile 2025

Un ballo atteso, quello del Pnrr, un valzer o forse una quadriglia. Chiunque sia in grado di incrociare i risultati dell’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza con i suoi limiti temporali (2026) sa che l’Italia, come altri sette Paesi, non ha in sostanza alcuna possibilità di rispettare la scadenza. Il primo segreto di Pulcinella è che Roma chiederà una proroga. Il secondo è che l’Unione europea, probabilmente con qualche vincolo, gliela concederà

Tutto questo succederà nella prima parte dell’anno prossimo, secondo una liturgia diagonale e inconfessata che ha molti precedenti nella storia dell’Europa, terra di compromessi nella quale, salvo rare eccezioni, si cerca sempre di non danneggiare uno stato membro con una soluzione che non faccia infuriare nessun’altra delle altre ventisei capitali.

Qui siamo. 

Succede che dal governo emerge, sebbene blandamente smentita, l’esigenza di domandare tempo oltre il termine negoziato alla stipula post pandemica del Next Generation Eu. È ragionevole e corretto che succeda. È nell’interesse del Paese. Serve a correggere errori inevitabili figli di ambizioni esagerate e frettolose dell’urgenza drammatica scatenata dal Covid.

La Commissione Ue – che tiene le fila dei prestiti/finanziamenti europei, controlla la realizzazione dei progetti e verifica che vengano effettuate le riforme promesse – non può dire subito “sì”. Per questo il commissario Raffaele Fitto, il nostro vicepresidente esecutivo a Bruxelles, è apparso davanti alle commissioni Bilancio e Affari economici del Parlamento europeo per assicurare che “tutti i traguardi e gli obiettivi del Pnrr devono essere raggiunti entro agosto del 2026” e che “ogni giorno che passa il tempo stringe sempre di più”. I deputati hanno preso appunti, ma dentro di loro sanno che è una bugia doverosa e che non sarà così.

I numeri. 

Secondo i dati ufficiali timbrati dal governo, tra il 2020 e il 2024 l’Italia ha speso 63,9 miliardi di euro, il che equivale a poco più della metà dei fondi ricevuti finora (52%) e un terzo del totale previsto dal Pnrr.

Viene inoltre riferito che “circa il 92% dell’intero Piano è stato attivato, è in fase di attivazione o è in fase di completamento”, il che significa che sono in corso le procedure per l’assegnazione dei fondi. Tuttavia, a poco più di un anno dalla scadenza del programma, circa l’8% degli stanziamenti – pari a circa 15-16 miliardi di euro – è ad alto rischio di non essere utilizzato.

La magistratura contabile. 

La minaccia per la piena attuazione va oltre questi numeri. La Corte dei Conti italiana, nel recente audit indipendente del Piano, conferma il basso livello di spesa (62,7 miliardi di euro) e pone in evidenza alcune criticità. A suo dire, un problema persistente è la carenza di personale negli uffici di comunicazione e controllo: è questa che sta causando ritardi nella verifica della spesa.

Dal campione di misure monitorate dalla Corte, la situazione più critica emerge nella Missione 5 (Inclusione e Coesione), con solo il 14% dei fondi stanziati spesi. Seguono la Missione 4 (Istruzione) al 25% e la Missione 6 (Salute) al 27%. Meglio invece le missioni 1 (Digitalizzazione), 2 (Transizione Verde) e 3 (Infrastrutture e Mobilità): pur escludendo anche i crediti d’imposta (il cosiddetto “Superbonus” e Industria 4.0), i livelli di spesa oscillano solo tra il 37% e il 40%.

Tempus fugit

I ritardi sono diventati un esempio ricorrente nell’attuazione del programma e ci sono poche indicazioni che questa tendenza si invertirà. Inizialmente, sono stati provocati alla revisione della struttura di governance del Piano, avviata dalla premier Giorgia Meloni al momento dell’insediamento, con una mossa che ha centralizzato il potere decisionale, sottraendolo ai singoli ministeri. 

Ulteriori rinvii sono stati generati da un importante riesame delle strategie approvato dal Consiglio europeo nel dicembre 2023. In questo modo, la spesa prevista per gli ultimi due anni (2025-2026) è salita a oltre 107 miliardi di euro, con un aumento di oltre 18 miliardi di euro rispetto a quanto si stimava prima della revisione.

Ulteriori adeguamenti deliberati nel 2024 hanno inciso sui flussi di spesa. L’elenco definitivo dei progetti finanziati è stato approvato solo nell’aprile 2024. Il fatto che la maggior parte del Piano sia formalmente attivata, come sostiene il governo, non garantisce il completamento con successo dei progetti avviati. Diversi capitoli infrastrutturali incontrano gravi battute d’arresto, con lavori interrotti o ritardati in modo significativo per vari motivi.

Un’altra revisione è prevista nelle prossime settimane: si parla anche della possibile rimozione dei progetti che difficilmente saranno completati entro i tempi richiesti.

Il futuro è un’ipotesi. 

Alla luce di tutto ciò, non sorprende la rinnovata discussione intorno alla possibilità di spingere per una proroga di un anno della scadenza del Piano. il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le politiche di coesione, Tommaso Foti, ha detto che “a escludere l’ipotesi non è l’Italia ma l’Europa” (cioè il suo predecessore Fitto).  Una ennesima rimodulazione è comunque in corso. 

Analisti e osservatori scommettono che si troverà un accomodamento e che il Pnrr verrà allungato. Questo non toglie che proprio il Piano europeo abbia messo a nudo le debolezze strutturali del Bel Paese, contribuendo per appena un paio di decimi di punto alla crescita dell’economa nazionale. Il Pil 2025 è stimato in crescita dello 0,6 dalla Banca d’Italia, al netto dell’effetto dazi, la metà del calcolo del governo dello scorso autunno.  Come dire che i soldi non fanno la ricchezza. E che, senza riforme, la spesa finisce per essere sterile e non incidere sulle esigenze dei cittadini e delle imprese. 

Non è un caso. Anche se il caso, ha la straordinaria facoltà di avvenire naturalmente. 

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