SE I GOVERNI NON FUNZIONANO, SI FERMA TUTTO
18 Aprile 2025
Cosa pensa Daron Acemoğlu di Trump e della democrazia. E perché ha vinto il Nobel per l’Economia
Daron Acemoğlu non ha mai avuto dubbi su Trump. Quando nel 2016 l’immobiliarista newyorkese è stato eletto presidente per la prima volta, il futuro Nobel per l’economia scrisse un articolo su Foreign Policy in cui lo paragonava a leader discussi come venezuelano Chávez, il russo Putin e il turco Erdogan. Per usare le sue parole, li considerava una brutta banda caratterizzata dal “poco rispetto per lo Stato di diritto o l’indipendenza delle istituzioni statali”, leader guidati da “una visione offuscata degli interessi nazionali e personali”, figure con “poca pazienza per le critiche” nonché “una strategia consolidata di premiare la fedeltà. Il tutto, condito da una fede incrollabile nelle proprie capacità”.
Due anni dopo, in una intervista al settimanale tedesco Der Spiegel, l’economista turco-americano confessò di vedere delle somiglianze tra The Donald, il suo partito repubblicano e i nazionalsocialisti di Adolf Hitler. “Certo non sono nazisti”, precisò. Eppure “stanno sfruttando lo stesso sentimento politico”. Per questo pensava che Trump costituisse “un grande rischio per la democrazia degli Stati Uniti“, per colpa della sua dipendenza da una fede che lo porta “alla ricerca di un nuovo ordine con elementi di anti-liberalismo, disinformazione e un atteggiamento lassista nei confronti della corruzione”. Se sarà rieletto, si spinse a dire, vedremo “l’inizio della fine della democrazia americana”.
Quando diceva queste cose Acemoğlu era un ascoltato guru del MIT (Massachusetts Institute of Technology). Ora è un premio Nobel – riconoscimento ottenuto per gli studi sulla comparazione del benessere economico in differenti stati e sistemi del globo – e questo rende le sue parole e il suo pensiero più pesanti. Del resto, per formazione è una mente aperta che ha lavorato in diversi Paesi, frutto della concatenazione di nazionalità differenti. È nato a Istanbul nel 1967, ma ha sangue armeno nelle vene e conosce la lingua dei suoi avi. Ha studiato a York e Londra, adesso è un americano a tutto tondo. Un nuovo americano. Uno di quelli che Trump sogna di poter sempre guardare dall’alto in basso.
La biografia. Acemoğlu è docente al MIT, dove insegna economia dal 1993. La sua specialità è la ricerca sulle istituzioni economiche e politiche e sul loro impatto sulla crescita. Politicamente è considerato un centrista anche se la propensione alla cura del sociale è evidente. Il libro che lo ha reso famoso è uscito nel 2012 e s’intitola Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà (Il Saggiatore, 2012), un volume in cui – insieme con James A. Robinson – sostiene che la prosperità di una nazione dipende in gran parte dalla qualità delle sue istituzioni politiche ed economiche. Il cattivo funzionamento dei governi – sia esso frutto di errori o malafede – si propone come la principale causa del fallimento della strategia per il benessere globale.
Fra le altre pubblicazioni, La strettoia. Come le nazioni possono essere libere, sempre scritto con Robinson (Il saggiatore, 2020). Testo coerente col procedente. In questo caso “La strettoia” è presentata come un corridoio stretto e virtuoso che si apre quando i poteri dello Stato e della società sono in equilibrio. Ovvero, quando le istituzioni sono forti, in grado di fornire servizi e far rispettare le leggi; e quando, al tempo stesso, i cittadini hanno la capacità di tenere sotto controllo e chiamare in causa le autorità.
L’ultimo lavoro è del 2023, Potere e progresso. La nostra lotta millenaria per la tecnologia e la prosperità (Il Saggiatore, 2023). Affronta lo sviluppo storico della tecnologia e sulle conseguenze sociali e politiche della tecnologia, riferendosi in particolare a tre questioni: il rapporto tra nuove macchine e tecniche di produzione e salari; il modo in cui la tecnologia potrebbe essere sfruttata per i beni sociali; e le ragioni dell’entusiasmo che impregna una buona parte dei discorsi sull’intelligenza artificiale.
Democrazia a rischio. “Molti politologi hanno affermato che la democrazia è sicura, ben protetta e non sarà mai minacciata. Invece è minacciata. Il sostegno alla democrazia è ai minimi storici, non solo negli Stati Uniti, anche se in modo davvero stridente negli Stati Uniti. Lo è in tutto il mondo occidentale”. (nobelprize.org).
Il ruolo dei social media. “La democrazia non è facile da far funzionare, perché la democrazia riguarda la cittadinanza democratica. Si tratta di consenso, si tratta di comunicazione. Si tratta di accettare la sconfitta, fare compromessi, parlare e capire l’altra parte. Tutte queste cose sono sempre difficili. Diventano più difficili durante i periodi di turbolenza, che, sapete, stiamo vivendo, e diventano più ardui quando le infrastrutture – per esempio, le infrastrutture di comunicazione -, rendono più difficile questo tipo di cittadinanza democratica, che credo non sia l’unico fattore. Ma i social media hanno certamente giocato questo ruolo”. (nobelprize.org).
L’intelligenza artificiale. “Non dovremmo aspettarci che l’IA sostituisca più del 5% circa di ciò che fanno gli esseri umani nel prossimo decennio. Servirà molto più tempo affinché i modelli di IA acquisiscano le capacità di giudizio, ragionamento multidimensionale e le competenze sociali necessarie per la maggior parte dei lavori”. (innovationpost.it)
I dazi. “Alla fine sono arrivati e credo che le loro implicazioni avranno una portata enorme. Non sappiamo con precisione quanto saranno profonde le conseguenze, ma certo non sono positive per l’economia mondiale, e resta da vedere se porteranno reali benefici ai lavoratori americani”. (La Stampa, 7 aprile 2025)
Globalizzazione e guerra commerciale. “È l’intero ordine economico mondiale che potrebbe subire gravi conseguenze, soprattutto se altri Paesi risponderanno con contromisure, innescando una corsa al ribasso sul piano dell’integrazione internazionale. L’esperienza della globalizzazione degli ultimi trent’anni non è stata perfetta e ci sono molti aspetti che andrebbero migliorati, ad esempio gli effetti sui lavoratori e sulla distribuzione del reddito. Ma smantellarla in questo modo ha dei costi enormi: credo che stiamo entrando in una fase sperimentale senza precedenti che potrebbe chiudere un’era in modo brusco e improvviso”.
Il futuro di Ankara. “La Turchia potrà scegliere. Potrà rimanere fuori da ogni blocco; potrà ingraziarsi l’asse Usa-Russia-Cina; potrà diventare parte del blocco europeo. La strada europea non è irrealizzabile. La Turchia ha già il secondo esercito per grandezza nella Nato e sarebbe un partner importantissimo per Germania, Francia e altri Paesi europei verso la realizzazione di una Difesa comune. Aderire all’Unione europea ed entrare a far parte del Patto europeo per la Difesa sarebbe una vera e propria svolta per la Turchia. L’economia del Paese arranca a causa della deludente crescita della produttività dal 2006 e, di conseguenza, per la lenta crescita dei salari reali, malgrado una povertà endemica”.La caduta delle nazioni. “Le differenze di sviluppo tra Paesi sono dovute esclusivamente a differenze nelle istituzioni politiche ed economiche, e rifiutano altre teorie che attribuiscono alcune differenze alla cultura, al clima, alla geografia o alla mancanza di conoscenza delle migliori politiche e pratiche. (…) la Russia sovietica ha generato una rapida crescita poiché ha raggiunto rapidamente alcune delle tecnologie avanzate nel mondo, ma stava esaurendo la forza negli anni ’70” a causa della mancanza di distruzione creativa”. (Perché le nazioni falliscono. Alle origini di potenza, prosperità, e povertà, Il Saggiatore, 2012).